Archivio mensile:gennaio 2014

Del Rosso Kante 1998.

image“Alcuni vini di base non sono poi tanto male”, fa il tizio dell’enoteca . “Non di rado riescono persino meglio delle etichette di punta che costano tre volte tanto, specie se la differenza di prezzo è imputabile ad una maggiore lavorazione del prodotto, che può anche rivelarsi controproducente”.

Ha ragione e personalmente mi spingerei anche oltre affermando che se l’uva è sana, il territorio è particolarmente vocato ed il vitigno è quello giusto, la cosa migliore che può fare un vignaiolo, dopo essersi fatto il mazzo tra le vigne, è tirare i remi in barca in cantina per non rischiar di rovinare tutto.

Edi Kante lo sa bene e forse anche per questo i suoi vini non deludono mai, costino dieci o trenta euro. Si aggiunga pure che la differenza tra i prezzi, nel suo caso, non la fa il grado di intervento in fase di vinificazione quanto piuttosto un maggior lavoro in vigna, una minore resa della pianta ed una selezione più accurata dei grappoli.

Tornando a noi, c’è questa bottiglia polverosa di quindici anni fa in uno scaffale di un’enoteca. Costa una decina d’euro. Il vetro è spesso e molto scuro ma a guardarla controluce si riesce ugualmente a carpire qualcosa sul contenuto: sembrerebbe di un rosso non particolarmente carico.

– Ci deve essere del terrano, dico.
– O del pinot nero, risponde.
– Siamo sicuri che sia integro?
– Con i vini di Kante mi sento tranquillo.

Anche io, ma volevo sapere se l’avessero tenuto bene loro dell’enoteca, e, chissà, magari lui aveva afferrato il senso ed intendeva di sì, ma che i vini di Kante va bene anche se li lasci al sole. Tant’è, vai a capire il circolo ermeneutico.

In definitiva quella bottiglia adesso sta qui davanti, aperta. Dentro ci sono terrano (aver ragione è sempre una soddisfazione), merlot e cabernet. Il colore è quel rosso un po’ languido presagito ed è un buon segno. Odora di erbe balsamiche, spezie, frutti maturi, cacao e tanto altro che non sto a dirvi. In bocca è spettacolare, così fresco e così pieno, con quel finale sapido tipico dei vini carsici. Finisce presto e me ne rammarico, avrei voluto assaggiarlo dopo qualche ora.

Siamo al giorno seguente. Entro nuovamente in enoteca e chiedo se ne ha un’altra. Niente da fare. Per consolarmi prendo un trebbiano del 2009 che costa quasi trenta euro. È molto noto e da tempo mi sono detto di provarlo. Poi scopro che è stato ben ventidue mesi ad invecchiare in una botte piccola e che purtroppo si sente molto.

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Il vino del guardiano del faro.

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“Per essere enofighetto cintura nera devi bere vini di Joly”, usava dire il maestro Mihai. Non c’era da dubitare molto di lui: si diceva fosse in grado di fiutare il sentore di tappo a bottiglia chiusa e incapsulata.

– Vini di Joly sono vini del guardiano del faro.
– Figo, dove posso trovarli?
– Non correre troppo! Per apprezzarli veramente devi avere tempo e spendere tempo. Stappi bottiglia, chiudi gli occhi e annusi i profumi. Poi aspetti dieci giri di luce di faro e prendi il primo sorso. Poi..
– Maestro, io non ho un faro..
– Tu scemo di merda, non capisci metafora cinese!

A quel punto suonarono alla porta. Il vecchio si allontanò verso l’ingresso ed io rimasi lì solo a fissare la bottiglia che mi si parava innanzi: Ribolla 2002 di un tizio dal nome impronunciabile. I bicchieri erano già schierati sul tavolino con l’apribottiglie lì accanto. Lo afferrai. Dopo aver inserito il verme nel sughero, feci due giri e tirai con decisione: mi ritrovai con mezzo tappo in mano. Dovetti ripetere l’operazione un paio di volte ancora prima che si intravedesse la luce dal collo della bottiglia. Versai due dita nel bicchiere e lo sollevai in aria. Cacchio, è andato. Amareggiato presi a svuotare la bottiglia nel lavandino. Fu a quel punto che fece capolino Mihai.

– Uomo di folletto è come dito in.. CHE STAI FACENDO TU!?!
– Placati Maestro, non c’è più niente da fare per lui. Fattene una ragione, aveva un coloraccio..
– IDIOTA! È SUO COLORE, È VINO DI MACERATA!
– Veramente qui c’è scritto Oslavia..
– È VINO CHE FA LUNGA MACERAZIONE, È VINO UNICO, È GIOIELLO! E TU BUTTATO! NON POSSO CREDERCI! IMBECILLE! SPARISCI PRIMA CHE IO AMMAZZA!

E fu così che mi ripudiò. Non mi arresi e, memore delle ultime indicazioni ricevute prima del misfatto, provai a rimpiazzare il Maestro attingendo direttamente dalla fonte del sapere. Acquistai l’ultima copia reperibile de “La vigna il vino e la biodinamica” del maestro Nicolas Joly: la bibbia dei vini naturali.

Ma forse ero veramente uno scemo di merda, perché arrivato a pagina ventisei dovetti constatare che lo schema sui “quattro stati della materia e la pianta” superava il mio comprendonio di almeno due spanne. Chiusi il libro e come i becchi andai ad ubriacarmi.

Dato che il prezzo della “Culée de Serrant” mi era sembrato un tantino fuori della mia portata, mi accontentai del vino base, “Les vieux clos”(annata 2008), avuto per la “miseria” di trenta monete.

“Stappa bottiglia e annusa profumi” sussurrava la voce interiore del maestro. Così feci e il bicchiere restituì mandorle, miele e mela golden, poi ancora erbe aromatiche e pappa reale. Contai mentalmente dieci giri di faro e ne apprezzai il gusto equilibrato con la dolcezza dell’alcol a bilanciare un’acidità sostenuta. Il faro dovette girare un bel po’ prima che il sapore svanisse lasciandosi dietro una piacevole sensazione salina. Mi resi conto a quel punto che la voce interiore aveva finito le istruzioni. Nell’ignoranza mi dedicai a tracannare il resto della bottiglia preservando giusto un paio di dita per il tempo a venire, non senza apprezzare che nel frattempo l’acidità stesse prendendo sempre più il sopravvento sull’alcol. Me ne giovai il giorno seguente, ben lieto di trovare un vino più gentile e fine sebbene ancora vivo, nervoso e salino.

Un caso semplice.

imageSul tavolo c’è un bicchiere. Entra il tizio della scientifica di Las Vegas, spegne la luce ed accende il lanternino. Si avvicina al tavolo, poggia il lume, solleva e inclina il bicchiere.

-Non c’è nemmeno bisogno di annusarlo: pinot nero.
-T’è andata bene – fa la tipa, che nel frattempo l’ha assaggiato – ma dal colore poteva anche essere frappato, dolcetto, schiava, cesanese..
-Il frappato non è mica un dolce di carnevale?
-Appunto.

Annusa il bicchiere e lo porta alla bocca. Scopre che oltre ai soliti fiori e frutti rossi, alle spezie, c’è tanto altro: ci sono i tannini, un bel po’ di tannini, e c’è pure molta freschezza. Tutto ciò in un pinot nero, vale a dire in un vino il cui tratto saliente, a dispetto di tanta opulenza, continua ad essere la grazia. “Non può che essere francese”, conclude. Ma stavolta si sbaglia, perché in terra c’è una bottiglia vuota di vetro nero come le tenebre, con su scritto: Pinot NeroDalzocchio 2008. E lì accanto giace il corpo di uno che non ha retto alla gioia.

Di cosa si parla?

imageApro questo blog perché vorrei evitare di fare la fine di un mio amico che scrive tutto in una moleskine. Non ho nulla contro le agendine, peraltro oggetti irresistibili, ma il fatto è che si finisce per tirarle fuori anche a tavola, come fa lui, e gli altri si incazzano.

Si parla essenzialmente di vino qui, possibilmente di vino buono. Ho una particolare predilezione per i “vini veri” o “naturali” che dir si voglia purché l’acidità volatile non copra tutto il resto e non sappiano solo di ossidazione, la qual cosa fortunatamente accade di rado. Quel che accade spesso è che siano vini emozionanti, più emozionanti degli altri.

Ne capisco di vino? No, ma oggi ne so più di ieri e, a forza di stare col naso nel bicchiere, domani saprò distinguere un rosso da un bianco alla cieca.

Chi sono io? Un appassionato. Per ora mi chiamo Pantagruel come il ciccione raffigurato qui sopra, poi si vedrà.

Forse farò partecipare pure il mio amico con l’agendina, che potrebbe decidere di chiamarsi Gargantua. Sono perplesso ma l’idea del blog è la sua e per questo glie lo dovrei. Di contro c’è che, conoscendolo, farà di tutto per delegare a terzi il lavoro sporco approfittando dei vantaggi della situazione. Precisamente sospetto che in cuor suo mediti di costruirsi a buon mercato una fama da quattro soldi, buona da spendere in giro per cantine così da ottenere qualche bottiglia omaggio. L’idea non mi garba affatto ma farei di tutto per vederlo smettere di scrivere nell’agendina.