Archivio mensile:febbraio 2014

Bibliografia minima ragionata per fare il bullo in enoteca.

imageGli enotecari sono gente infida. Riconoscono il novellino dall’odore, poi qualsiasi vino scelga gli fanno i complimenti, ma quando lascia il negozio si telefonano tra di loro per ridergli alle spalle. Viceversa nutrono rispetto e ammirazione per chi fa sfoggio di competenze. Gli fanno sempre lo sconto e giammai gli appiopperebbero la bottiglia rimasta al sole in vetrina.

Se siete tra gli avventori del primo tipo forse dovreste dare un’occhiata ai libri qui sotto. Un giorno anche voi uscirete dall’enoteca a testa alta, col tizio a scrutarvi da dietro i vetri con gli occhi umidi. Garantito.

Parte generale:

-AA.VV. (2001). Il piacere del vino : manuale per imparare a bere meglio. Bra, Slow Food.
Tecnico, accessibile, esaustivo. È il manuale perfetto per iniziare a capire il vino.

-Sangiorgi, S. (2011). L’ invenzione della gioia : educarsi al vino. Roma, Porthos.
È un libro serio, scritto da una persona seria, per chi ha serie intenzioni. Dentro c’è tutto quanto un vero enofilo deve sapere e forse anche qualcosa in più. Ma occhio ché Sangiorgi pretende dedizione, educazione e sacrificio, punisce con una bacchetta di legno chi si distrae e mortifica pubblicamente chi si addormenta. Solo chi ha vera passione riesce ad arrivare in fondo.

Parte monografica:

-Soldati, M. (1969). Vino al vino. Milano, A. Mondadori, c1969.
È il testo la cui padronanza vale a distinguere un maestro di vita da uno sprovveduto qualsiasi. Ciò implica che, letto o meno, ne facciate sfoggio ogni qual volta la situazione lo richieda, cioè sempre, anche a sproposito, anche improvvisando una citazione. “Chi legge Soldati benedice il vino, diletta il commensale e onora il concubino” (M. Soldati).

-Nossiter, J. (2010). Le vie del vino : il gusto e la ricerca del piacere. Torino, Einaudi.
Nossiter è un artista ed un vero amante del vino. Questo libro, in una certa misura, ne riflette la passione ed il talento. Devo ammettere tuttavia che non sono ancora riuscito a capire bene di cosa parli, in compenso mi ha fatto scoprire i vini di Dominique Lafon e glie ne sono grato.

-Dottori, C. (2012). Non è il vino dell’enologo : lessico di un vignaiolo che dissente. Roma, DeriveApprodi.
La storia di un Vigneron sulla cresta dell’onda. È un libro ben scritto e appassionante, tanto da far venire voglia di comprarsi una vigna.

-Occhipinti, A. (2013). Natural woman : la mia Sicilia, il mio vino, la mia passione. Roma, Fandango libri.
Valgono le stesse considerazioni fatte per Dottori ma sulla fiducia ché il libro non l’ho ancora letto. Il suo frappato invece lo conosco bene ed è il vino che vorrei avere nel bicchiere esattamente ora.

Per chi ha già letto i libri sopra e medita di fare il grande balzo:

-Joly, N. (2008). La vigna, il vino e la biodinamica. Bra, Slow Food.
È la bibbia del vino naturale, ma va preso cum grano salis. Se usato correttamente, coadiuvato dal possesso della vigna giusta nel posto giusto, farà di voi un Vigneron, che è molto più di enofighetto. Se approcciato con eccesso di zelo e passione può invece sortire esiti paradossali. In pratica si rischia di finire più o meno come Don Chisciotte della Mancia, con questo libro a fare la parte dei romanzi cavallereschi di Feliciano da Silva.
La terza possibilità, la più comune e realistica, è che non ci capiate nulla, come è successo a me, e vi arrendiate presto. Comunque vada rimarrete abbagliati dalla Coulée de Serrant, prodotta dal Maestro Joly con la stretta osservanza di quelle regole così mistiche e indecifrabili.

Per chi non ha tempo, passione e voglia di leggerli ma vuole pur capirci qualcosa:

-Scanzi, A. (2007). Elogio dell’invecchiamento : viaggio alla scoperta dei dieci migliori vini italiani (e di tutti i trucchi dei veri sommelier). Milano, Mondadori.
-Scanzi, A. (2010). Il vino degli altri : viaggio alla scoperta dei migliori vini del mondo (e dei loro rivali italiani). Milano, Mondadori.
I libri di Scanzi forniscono un quadro sintetico di cosa si impara al corso dell’AIS. In più c’é qualche racconto godibile a proposito di vini leggendari, viticultori eroici e bevute sensazionali.

Percorso netto: venti assaggi incredibili da fare Sabato e Domenica a Vignaioli Naturali.

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1 – La Marca di San Michele – Pigro della Marca
2 – La Distesa – Terre Silvate
3 – Pievalta – San Paolo Ris.
4 – Alice Bonaccorsi – Etna bianco Valcerasa
5 – La Biancara – Pico
6 – Vodopivec – Vitovska
7 – Zidarich – Vitovska
8 – Skerk – Vitovska
9 – Emidio Pepe – Trebbiano
10 – La Castellada – Ribolla
11 – Massavecchia – Rosato
12 – Elisabetta Dalzocchio – Pinot Nero
13 – San Giovenale – Habemus
14 – Oasi degli angeli – Kupra, Kurni
15 – Cappellano – Barolo Piè Franco
16 – Rinaldi – Barolo Le Coste
17 – Paolo Bea – Rosso de Veo
18 – Marco Sara – Picolit
19 – Ferrandes – Passito di Pantelleria
20 – Cappellano – Barolo chinato

Di alcuni bianchi che sanno invecchiare.

imageAmo il vino bianco. Tra un rosso e un bianco scelgo il bianco. Tra un bianco fermo e uno mosso, scelgo quello fermo. Tra un bianco aromatico ed uno tagliente e salino, scelgo il salino. Tra un bianco da uve internazionali ed uno da vitigno locale, scelgo il locale. Tra un bianco affinato in botte piccola ed uno in botte grande, scelgo la botte grande. Tra il bianco dell’enologo e quello del vignaiolo, scelgo il secondo. Tra un bianco con riflessi aranciati ed uno con riflessi dorati, scelgo il dorato. Tra un bianco del duemiladue ed uno del duemiladodici, scelgo quello invecchiato.

Poi che c’entra, scambierei più di un bianco per un Nerello Mascalese dell’enologo Salvo Foti, e scambierei un’intera batteria di autoctoni per uno Chardonnay Rarità di Sebastian Stocker (altro enologo). La barrique non sempre rovina il vino, in alcuni casi ne completa le caratteristiche e ne asseconda la longevità, e negli altri casi è un ottimo tavolinetto da giardino. Un orange wine fatto bene è un’esperienza indimenticabile.

Il problema serio semmai è che non tutti i vini invecchiano bene, men che mai i bianchi. Questi qui di seguito invece sì e, stando alle ultime direttive del MIUR, fanno pure punteggio nella graduatoria per fare l’insegnante di enofighettismo.

I verdicchi dei castelli di Jesi e di Matelica.
C’è chi sostiene siano i migliori vini bianchi Italiani. Di certo non temono il trascorrere del tempo e, se saprete pazientare una decina d’anni, vi ripagheranno con effluvi di miele e note fumé. Bevendoli subito godrete invece dei profumi di anice e mandorla, della loro ampiezza e della notevole mineralità. In entrambi i casi vi appassionerete e vorrete andare in pellegrinaggio a Cupramontana, Staffolo, Montecarotto e dintorni. Il più quotato, ed anche il più longevo, è il Villa Bucci Riserva (€ 30). Il mio preferito è il Campo delle Oche della Fattoria San Lorenzo (€ 20). Dello stesso produttore merita anche il Vigna di Gino (€ 8).

Il Trebbiano d’Abruzzo.
Quello di Valentini (€ 40/50) è semplicemente Il Vino e non occorre aggiungere altro. Meno caro il Trebbiano di Emidio Pepe (€ 16), uno dei vini più autentici che conosco, capace di emozionare ma anche di dividere.

Il Fiano ed il Greco di Tufo.
Verde e citrico in gioventù, nella fase matura il Fiano sprigiona note affumicate e sentori di idrocarburi a profusione. Segnalo quelli di Joaquin, che sono davvero delle perle rare, e quelli altrettanto esaltanti di Guido Marsella (€ 15/20). Entrambi i produttori fanno anche un ottimo Greco.

I grandi vini del Collio, dei Colli Orientali del Friuli ed i mostri sacri del Carso.
La lista sarebbe bella lunga, ma vanno provati almeno una volta nella vita: il Collio Bianco di Edi Keber (€ 15), il Friulano Vigne Cinquant’anni de Le Vigne di Zamò (€ 22) e le Vitovske di Vodopivec (€ 20-50).

I vini altoatesini.
Anche qui ci sarebbe molto da dire, ad ogni modo se vi capita un bianco della cantina di Terlano compratelo ad occhi chiusi. Se è il Pinot Bianco Vorberg Riserva avrete speso quindici euro o meno per avere il bianco italiano più longevo in assoluto. Ne esistono esemplari di quando nonno faceva le sgommate con la Balilla, e sono ancora integri. Ma il bello è che non occorre aspettare troppo: l’ultima annata uscita in commercio e già un vino stellare.

L’Erbaluce di Caluso ed il Timorasso dei Colli Tortonesi.
Prendete l’Erbaluce di Benito Favaro (€ 10), se mai ne troverete una bottiglia in giro, ed uno a scelta dei tre timorassi prodotti da Walter Massa (€ 15-40). Prima di berli assicuratevi che siano vecchi di almeno tre anni. Sono dei vini incredibili.

I grechetti della zona di Orvieto.
Palazzone e Sergio Mottura sono i campioni della categoria: comprate un Poggio della Costa (€ 10) o un Campo del Guardiano (€ 12) e dimenticateli in cantina per almeno cinque anni.

Del Trebbiano 2008 di Pepe e di quello 2009 di Pinocchio.

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– Maestro Mihai, questo vino odora di salsa di soia, cosa ci abbino? Riso alla cantonese?
– Tu enofighetto quanto Minetti è suora trappista! Quello è sentore di glutammato, segno che vino mooolto maturo. Adesso per punizione mangia chip di quercia!

E fu così, a forza di sgranocchiare chip di quercia e rovere ogni volta che confondevo gli antociani coi terpeni, che sviluppai la mia idiosincrasia per i vini del falegname.

Ne ho giusto uno qui davanti: un trebbiano d’Abruzzo 2009. Pluripremiato, ventidue mesi di barrique e ventisette euro buttati via. Sembra la copia mal riuscita di uno di quei grandi vini del Collio che, a differenza di questo, sanno di vaniglia e frutta esotica per dote naturale e non perché c’è cascato dentro il figlio di Geppetto. E pensare che sotto sotto ci sarebbe pure una mineralità non indifferente, il problema è che per apprezzarla si dovrebbe togliere il tappo almeno un giorno prima, e poi e poi..

Fortunatamente ho qui con me una seconda bottiglia di trebbiano abruzzese della stessa annata, ma di un altro produttore: Emidio Pepe. Si tratta di un vino completamente diverso, autentico, forse anche rustico, ma lo preferisco di gran lunga. C’è dell’acidità volatile, è vero, ma risulta comunque meno ingombrante dell’eccesso di legno. Qualche vinoverista dei più radicali sostiene che una punta di acetica arricchisca il vino, lo renda più vivace. Forse è vero, o forse no, quel che importa, nel caso che ho innanzi, è che non ottunda i sentori di bosso, rosmarino e zenzero, e quel finale più salino che mai.

In cantina ci sarebbe una terza bottiglia. Sebbene si tratti di un vino mai transitato dalle parti delle mie papille gustative, sospetto debba essere un trebbiano niente male. Ho questa impressione perché ogni volta che gli passa davanti Mihai si commuove. È il 2007 di un certo Valentini.