Archivio mensile:marzo 2014

Del primo vino bevuto con Mihai.

imageUn tempo frequentavo l’ippodromo di Tordivalle. Un giorno l’ippodromo ha chiuso ed io ci sono rimasto molto male: per colmare il vuoto mi sono buttato sul vino. Ho preso a bere come un alpino in ogni occasione utile – ho fatto anche domanda per entrare negli alpini ma mi hanno risposto che a trent’anni ero un po’ vecchiotto, allora ho scritto alla legione straniera e mi hanno risposto: “ok, vieni”, e io ho detto: “col cazzo” – insomma una di quelle sere, in una taverna, questo tipo con gli occhi a mandorla mi si avvicina e con l’aria di chi la sa lunga mi dice:

– Tu fai come tipo che cerca tartufi con maiale.

Il vino mi va alle orecchie (lo diceva sempre nonno) e quando sono ubriaco capisco meno della metà di quello che mi dicono: ho inteso solo “tartufo” e “maiale”. Poi ho visto il cinese girare i tacchi e d’istinto l’ho seguito fuori del locale.

– Scusa vecchio, è più di qualche minuto che camminiamo, dov’è che si mangia il maiale col tartufo?
– Tu capisci meno di mulo sordo! Io ho detto che tu fai come uomo che va a tartufi con maiale invece che con cane!

Il vecchio ha un’evidente attitudine a parlare per sentenze, oltre che una spiccata propensione a farsi rapidamente un’idea sulle qualità del proprio interlocutore.

– Quando uomo usa maiale per cercare tartufi – prosegue – trova molti tartufi ma non mangia nemmeno uno, perché li mangia tutti maiale.
– E poi se lo becca la forestale gli fa un..
– Tu non capisci metafora cinese! Il punto è che tu bevi molto vino, ma vino cattivo: è come non bere niente! Comunque posto dove andiamo è distante ancora un poco, se tu hai macchina possiamo prendere.
– Il problema è che al momento non ho la patente: la settimana scorsa ho incontrato un vigile che non capisce le metafore cinesi.

Arriviamo in un locale zeppo di bottiglie e ci accomodiamo ben lontani da una tizia “truccata come carro di Viareggio”, stramaledetta da Mihai (il vecchio si chiama così) perché colpevole di essersi “messa profumo con pompa di ramato”, cosa da evitare assolutamente in quei contesti dato che interferisce coi sentori del vino. Ordina una bottiglia di Costa del Vento 2007 – Vigneti Massa. “È un po’ come portare scimmia di Tarzan a Notredame – si affretta a precisare magnanimamente – d’altronde uomo ubriaco è uomo sordo – lo sa anche lui – : ci vuole vino ampio, potente come tuono, per sturare i timpani. Non sto a dilungarmi troppo su quel vino, dico solo che è una bevuta rivelatrice. Mihai mi spiega come la sapidità riesca a riequilibrare un potenziale eccesso di alcol (il vino fa quattordici gradi e mezzo) senza smorzarne eccessivamente il calore. Bicchiere dopo bicchiere tra me e il vecchio inizia a instaurarsi quella complicità che da sempre lega i compagni di bevute.

– Vecchio, ci sei montato mai sopra un carro di Viareggio?
– No, mai stato a carnevale di Viareggio.
– Adesso sei tu che non capisci le metafore cinesi..

Di come Mihai perse la vista.

image– Questo è l’ultimo esemplare rimasto di un vino che ha segnato la nostra storia enologica recente. È un vero pezzo da collezione.
– Interessante..
– Appunto, vedi di stargli lontano. Se ne bevi anche un solo bicchiere finisci in una barrique di mogano con quattro maniglie!

Mi era sembrata una minaccia. Come potevo immaginare che mi stavo sbagliando? Anche Mihai usava apostrofarmi con parole simili quando mi avvicinavo al Trebbiano 2007 di Valentini: “Se tu apri prima di 2017, io taglia mano e ficco in tuo..”.

Lavoravo da circa una settimana in un ristorante della capitale. Un tempo aveva la stella Michelin ma col cambio di gestione era diventato piuttosto uno spenna turisti, tanto da meritarsi la menzione d’onore nella guida ai ristoranti col peggior rapporto qualità prezzo. A fine serata scendevo in cantina a prendermi il salario in natura, ché di contanti non se ne vedevano proprio.

I Grand Cru li tenevano tutti sotto chiave e quel che rimaneva in giro me lo lasciavano asportare senza eccessivi rimpianti. Quella bottiglia invece, conservata ben in disparte ma senza alcuna protezione, doveva essere una cuvée di assoluto prestigio pur priva di valore commerciale dato che l’umidità ne aveva mangiato completamente l’etichetta.

C’erano diversi buoni motivi per contravvenire al monito ricevuto. Innanzitutto che di lì a cinque minuti me ne sarei andato via per sempre, dato che di lavorare per la gloria ne avevo avuto abbastanza. Inoltre la bottiglia era il regalo perfetto per Mihai che così mi avrebbe ripreso come allievo. Infine, a dirla tutta, tanta gelosia mi aveva davvero incuriosito.

Che vino poteva essere mai? Oltre al proprietario, che era meglio non insospettire ulteriormente, c’era solo l’uomo dall’olfatto assoluto che avrebbe potuto sciogliere i miei dubbi. Il cinese era un fenomeno: gli davi un nerello mascalese e ti diceva quante volte avesse eruttato l’Etna prima della vendemmia, figurarsi riconoscere un’annata memorabile di un Biondi Santi o di un Monfortino. Presi coraggio e feci quel che dovevo fare.

Era trascorso qualche mese dall’incidente della Ribolla macerativa. Il Maestro sembrò lieto di rivedermi, la qual cosa mi spinse ad azzardare una boutade sul venerato Trebbiano:
– Come sta il vitello grasso? Lo abbattiamo per festeggiare il ritorno del figliol prodigo?
– Se provi ad avvicinarti a..
– Tienilo pure lì dov’è e prova questa, piuttosto.
– Mmm, bottiglia senza etichetta è come frate senza cappa!
– Non agitarti troppo, l’etichetta l’ho tolta io, così vediamo se te ne intendi davvero!

Ovviamente avrei dato per buona la sua risposta quale che fosse, tanto con ogni probabilità sarebbe stata quella giusta. Stappai la bottiglia, facendo attenzione a coprire il sughero con la mano per evitare che potesse scorgervi eventuali stemmi impressi a fuoco, poi glie ne versai un bicchiere.

Mihai eseguì tutti i rituali del caso senza tradire alcuna emozione: faceva così nelle occasioni importanti, inoltre non si esprimeva mai prima di aver trascorso un bel po’ di tempo col vino. Solo quando gli indizi raccolti gli consentivano di identificare univocamente territorio, produttore, vino e annata, si schiariva la voce e recitava la solita formula: ” questo non può che essere..” e giù con le uve, la lavorazione seguita, l’etnia dei vendemmiatori e il nome del cane del vignaiolo.

Questa volta la sfida doveva essere più dura del solito. Dopo esser rimasto a lungo in silenzio, il Maestro si rivolse a me solamente per farmi notare che il bicchiere era vuoto. Gli versai dell’altro vino, che centellinò e fece transitare in ogni angolo della bocca, e dell’altro ancora. Verso la fine del terzo bicchiere ebbe un sussulto, come se avesse improvvisamente afferrato qualcosa di molto importante. Portò repentinamente il calice al naso, impaziente di ricevere conferma su quanto intuito e balzò in piedi di scatto. Aveva un’espressione gravissima e si era fatto pallido in viso, mentre gli occhi erano due uova al tegamino. Prese a balbettare:

– Questo è ba.. è ba..
– Forza Vecchio, prendi coraggio: fuori il nome e niente ringraziamenti. Sai che non amo le cerimonie..
– FIGLIO DI CANE! QUESTO È BARBERA CIRAVEGNA 1985! IO TI AMMAZZO! MI HAI DATO VINO CON METANOLO!!