Il Trebbiano Valentini 2007.

20140408-211712.jpgMi trovo in questa osteria di Torino che si chiama Il Consorzio di cui si dice un gran bene. Sfoglio una carta dei vini pazzesca con dei prezzi da enoteca. C’é il Trebbiano Valentini 2007. A casa ne ho una bottiglia uguale uguale, ma non mi deciderò mai a stapparla. Un motivo in più per sceglierlo ora e mangiarci i ravioli alla di finanziera, anche se l’abbinamento non è impeccabile.

Arriva il vino tanto atteso. Mi aspetto la fanfara, scossoni di terremoto, visioni angeliche. Mi aspetto un vino immediato, intuitivo, buono anche per un astemio, ma non va così. Tutto tace, e nel bicchiere sta un vino che non si concede. Mi viene da pensare che debba ancora aprirsi dato che ha passato lunghi anni in bottiglia, ma non è nemmeno questo. È già lui e si esprime a modo suo, garbatamente parla di cose mai udite e pretende che sia io a imparare la sua lingua.

Man mano che comprendo inizia a svelarsi, e ogni velo che cade è una nuova consapevolezza acquisita: che quella compostezza così placida è un equilibrio disperato di tensioni opposte, che quella schiettezza al naso è un vezzo che solo un vino così può concedersi, che quando sarà finito non ne sarò sazio, che quello immaginato non era un vino così grande, che il prossimo vino non sarà così buono.

Poi ci sarebbe da aggiungere che da un posto così non vorrei mai andarmene, mentre al tavolo accanto dei musicisti buontemponi cazzeggiano ubriachi e l’oste dopo il conto mi versa un bicchiere di Frappato di Arianna Occhipinti.

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