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Del Trebbiano 2008 di Pepe e di quello 2009 di Pinocchio.

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– Maestro Mihai, questo vino odora di salsa di soia, cosa ci abbino? Riso alla cantonese?
– Tu enofighetto quanto Minetti è suora trappista! Quello è sentore di glutammato, segno che vino mooolto maturo. Adesso per punizione mangia chip di quercia!

E fu così, a forza di sgranocchiare chip di quercia e rovere ogni volta che confondevo gli antociani coi terpeni, che sviluppai la mia idiosincrasia per i vini del falegname.

Ne ho giusto uno qui davanti: un trebbiano d’Abruzzo 2009. Pluripremiato, ventidue mesi di barrique e ventisette euro buttati via. Sembra la copia mal riuscita di uno di quei grandi vini del Collio che, a differenza di questo, sanno di vaniglia e frutta esotica per dote naturale e non perché c’è cascato dentro il figlio di Geppetto. E pensare che sotto sotto ci sarebbe pure una mineralità non indifferente, il problema è che per apprezzarla si dovrebbe togliere il tappo almeno un giorno prima, e poi e poi..

Fortunatamente ho qui con me una seconda bottiglia di trebbiano abruzzese della stessa annata, ma di un altro produttore: Emidio Pepe. Si tratta di un vino completamente diverso, autentico, forse anche rustico, ma lo preferisco di gran lunga. C’è dell’acidità volatile, è vero, ma risulta comunque meno ingombrante dell’eccesso di legno. Qualche vinoverista dei più radicali sostiene che una punta di acetica arricchisca il vino, lo renda più vivace. Forse è vero, o forse no, quel che importa, nel caso che ho innanzi, è che non ottunda i sentori di bosso, rosmarino e zenzero, e quel finale più salino che mai.

In cantina ci sarebbe una terza bottiglia. Sebbene si tratti di un vino mai transitato dalle parti delle mie papille gustative, sospetto debba essere un trebbiano niente male. Ho questa impressione perché ogni volta che gli passa davanti Mihai si commuove. È il 2007 di un certo Valentini.

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Del Rosso Kante 1998.

image“Alcuni vini di base non sono poi tanto male”, fa il tizio dell’enoteca . “Non di rado riescono persino meglio delle etichette di punta che costano tre volte tanto, specie se la differenza di prezzo è imputabile ad una maggiore lavorazione del prodotto, che può anche rivelarsi controproducente”.

Ha ragione e personalmente mi spingerei anche oltre affermando che se l’uva è sana, il territorio è particolarmente vocato ed il vitigno è quello giusto, la cosa migliore che può fare un vignaiolo, dopo essersi fatto il mazzo tra le vigne, è tirare i remi in barca in cantina per non rischiar di rovinare tutto.

Edi Kante lo sa bene e forse anche per questo i suoi vini non deludono mai, costino dieci o trenta euro. Si aggiunga pure che la differenza tra i prezzi, nel suo caso, non la fa il grado di intervento in fase di vinificazione quanto piuttosto un maggior lavoro in vigna, una minore resa della pianta ed una selezione più accurata dei grappoli.

Tornando a noi, c’è questa bottiglia polverosa di quindici anni fa in uno scaffale di un’enoteca. Costa una decina d’euro. Il vetro è spesso e molto scuro ma a guardarla controluce si riesce ugualmente a carpire qualcosa sul contenuto: sembrerebbe di un rosso non particolarmente carico.

– Ci deve essere del terrano, dico.
– O del pinot nero, risponde.
– Siamo sicuri che sia integro?
– Con i vini di Kante mi sento tranquillo.

Anche io, ma volevo sapere se l’avessero tenuto bene loro dell’enoteca, e, chissà, magari lui aveva afferrato il senso ed intendeva di sì, ma che i vini di Kante va bene anche se li lasci al sole. Tant’è, vai a capire il circolo ermeneutico.

In definitiva quella bottiglia adesso sta qui davanti, aperta. Dentro ci sono terrano (aver ragione è sempre una soddisfazione), merlot e cabernet. Il colore è quel rosso un po’ languido presagito ed è un buon segno. Odora di erbe balsamiche, spezie, frutti maturi, cacao e tanto altro che non sto a dirvi. In bocca è spettacolare, così fresco e così pieno, con quel finale sapido tipico dei vini carsici. Finisce presto e me ne rammarico, avrei voluto assaggiarlo dopo qualche ora.

Siamo al giorno seguente. Entro nuovamente in enoteca e chiedo se ne ha un’altra. Niente da fare. Per consolarmi prendo un trebbiano del 2009 che costa quasi trenta euro. È molto noto e da tempo mi sono detto di provarlo. Poi scopro che è stato ben ventidue mesi ad invecchiare in una botte piccola e che purtroppo si sente molto.