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Percorso netto: venti assaggi incredibili da fare Sabato e Domenica a Vignaioli Naturali.

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1 – La Marca di San Michele – Pigro della Marca
2 – La Distesa – Terre Silvate
3 – Pievalta – San Paolo Ris.
4 – Alice Bonaccorsi – Etna bianco Valcerasa
5 – La Biancara – Pico
6 – Vodopivec – Vitovska
7 – Zidarich – Vitovska
8 – Skerk – Vitovska
9 – Emidio Pepe – Trebbiano
10 – La Castellada – Ribolla
11 – Massavecchia – Rosato
12 – Elisabetta Dalzocchio – Pinot Nero
13 – San Giovenale – Habemus
14 – Oasi degli angeli – Kupra, Kurni
15 – Cappellano – Barolo Piè Franco
16 – Rinaldi – Barolo Le Coste
17 – Paolo Bea – Rosso de Veo
18 – Marco Sara – Picolit
19 – Ferrandes – Passito di Pantelleria
20 – Cappellano – Barolo chinato

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Di alcuni bianchi che sanno invecchiare.

imageAmo il vino bianco. Tra un rosso e un bianco scelgo il bianco. Tra un bianco fermo e uno mosso, scelgo quello fermo. Tra un bianco aromatico ed uno tagliente e salino, scelgo il salino. Tra un bianco da uve internazionali ed uno da vitigno locale, scelgo il locale. Tra un bianco affinato in botte piccola ed uno in botte grande, scelgo la botte grande. Tra il bianco dell’enologo e quello del vignaiolo, scelgo il secondo. Tra un bianco con riflessi aranciati ed uno con riflessi dorati, scelgo il dorato. Tra un bianco del duemiladue ed uno del duemiladodici, scelgo quello invecchiato.

Poi che c’entra, scambierei più di un bianco per un Nerello Mascalese dell’enologo Salvo Foti, e scambierei un’intera batteria di autoctoni per uno Chardonnay Rarità di Sebastian Stocker (altro enologo). La barrique non sempre rovina il vino, in alcuni casi ne completa le caratteristiche e ne asseconda la longevità, e negli altri casi è un ottimo tavolinetto da giardino. Un orange wine fatto bene è un’esperienza indimenticabile.

Il problema serio semmai è che non tutti i vini invecchiano bene, men che mai i bianchi. Questi qui di seguito invece sì e, stando alle ultime direttive del MIUR, fanno pure punteggio nella graduatoria per fare l’insegnante di enofighettismo.

I verdicchi dei castelli di Jesi e di Matelica.
C’è chi sostiene siano i migliori vini bianchi Italiani. Di certo non temono il trascorrere del tempo e, se saprete pazientare una decina d’anni, vi ripagheranno con effluvi di miele e note fumé. Bevendoli subito godrete invece dei profumi di anice e mandorla, della loro ampiezza e della notevole mineralità. In entrambi i casi vi appassionerete e vorrete andare in pellegrinaggio a Cupramontana, Staffolo, Montecarotto e dintorni. Il più quotato, ed anche il più longevo, è il Villa Bucci Riserva (€ 30). Il mio preferito è il Campo delle Oche della Fattoria San Lorenzo (€ 20). Dello stesso produttore merita anche il Vigna di Gino (€ 8).

Il Trebbiano d’Abruzzo.
Quello di Valentini (€ 40/50) è semplicemente Il Vino e non occorre aggiungere altro. Meno caro il Trebbiano di Emidio Pepe (€ 16), uno dei vini più autentici che conosco, capace di emozionare ma anche di dividere.

Il Fiano ed il Greco di Tufo.
Verde e citrico in gioventù, nella fase matura il Fiano sprigiona note affumicate e sentori di idrocarburi a profusione. Segnalo quelli di Joaquin, che sono davvero delle perle rare, e quelli altrettanto esaltanti di Guido Marsella (€ 15/20). Entrambi i produttori fanno anche un ottimo Greco.

I grandi vini del Collio, dei Colli Orientali del Friuli ed i mostri sacri del Carso.
La lista sarebbe bella lunga, ma vanno provati almeno una volta nella vita: il Collio Bianco di Edi Keber (€ 15), il Friulano Vigne Cinquant’anni de Le Vigne di Zamò (€ 22) e le Vitovske di Vodopivec (€ 20-50).

I vini altoatesini.
Anche qui ci sarebbe molto da dire, ad ogni modo se vi capita un bianco della cantina di Terlano compratelo ad occhi chiusi. Se è il Pinot Bianco Vorberg Riserva avrete speso quindici euro o meno per avere il bianco italiano più longevo in assoluto. Ne esistono esemplari di quando nonno faceva le sgommate con la Balilla, e sono ancora integri. Ma il bello è che non occorre aspettare troppo: l’ultima annata uscita in commercio e già un vino stellare.

L’Erbaluce di Caluso ed il Timorasso dei Colli Tortonesi.
Prendete l’Erbaluce di Benito Favaro (€ 10), se mai ne troverete una bottiglia in giro, ed uno a scelta dei tre timorassi prodotti da Walter Massa (€ 15-40). Prima di berli assicuratevi che siano vecchi di almeno tre anni. Sono dei vini incredibili.

I grechetti della zona di Orvieto.
Palazzone e Sergio Mottura sono i campioni della categoria: comprate un Poggio della Costa (€ 10) o un Campo del Guardiano (€ 12) e dimenticateli in cantina per almeno cinque anni.

Del Trebbiano 2008 di Pepe e di quello 2009 di Pinocchio.

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– Maestro Mihai, questo vino odora di salsa di soia, cosa ci abbino? Riso alla cantonese?
– Tu enofighetto quanto Minetti è suora trappista! Quello è sentore di glutammato, segno che vino mooolto maturo. Adesso per punizione mangia chip di quercia!

E fu così, a forza di sgranocchiare chip di quercia e rovere ogni volta che confondevo gli antociani coi terpeni, che sviluppai la mia idiosincrasia per i vini del falegname.

Ne ho giusto uno qui davanti: un trebbiano d’Abruzzo 2009. Pluripremiato, ventidue mesi di barrique e ventisette euro buttati via. Sembra la copia mal riuscita di uno di quei grandi vini del Collio che, a differenza di questo, sanno di vaniglia e frutta esotica per dote naturale e non perché c’è cascato dentro il figlio di Geppetto. E pensare che sotto sotto ci sarebbe pure una mineralità non indifferente, il problema è che per apprezzarla si dovrebbe togliere il tappo almeno un giorno prima, e poi e poi..

Fortunatamente ho qui con me una seconda bottiglia di trebbiano abruzzese della stessa annata, ma di un altro produttore: Emidio Pepe. Si tratta di un vino completamente diverso, autentico, forse anche rustico, ma lo preferisco di gran lunga. C’è dell’acidità volatile, è vero, ma risulta comunque meno ingombrante dell’eccesso di legno. Qualche vinoverista dei più radicali sostiene che una punta di acetica arricchisca il vino, lo renda più vivace. Forse è vero, o forse no, quel che importa, nel caso che ho innanzi, è che non ottunda i sentori di bosso, rosmarino e zenzero, e quel finale più salino che mai.

In cantina ci sarebbe una terza bottiglia. Sebbene si tratti di un vino mai transitato dalle parti delle mie papille gustative, sospetto debba essere un trebbiano niente male. Ho questa impressione perché ogni volta che gli passa davanti Mihai si commuove. È il 2007 di un certo Valentini.

Del Rosso Kante 1998.

image“Alcuni vini di base non sono poi tanto male”, fa il tizio dell’enoteca . “Non di rado riescono persino meglio delle etichette di punta che costano tre volte tanto, specie se la differenza di prezzo è imputabile ad una maggiore lavorazione del prodotto, che può anche rivelarsi controproducente”.

Ha ragione e personalmente mi spingerei anche oltre affermando che se l’uva è sana, il territorio è particolarmente vocato ed il vitigno è quello giusto, la cosa migliore che può fare un vignaiolo, dopo essersi fatto il mazzo tra le vigne, è tirare i remi in barca in cantina per non rischiar di rovinare tutto.

Edi Kante lo sa bene e forse anche per questo i suoi vini non deludono mai, costino dieci o trenta euro. Si aggiunga pure che la differenza tra i prezzi, nel suo caso, non la fa il grado di intervento in fase di vinificazione quanto piuttosto un maggior lavoro in vigna, una minore resa della pianta ed una selezione più accurata dei grappoli.

Tornando a noi, c’è questa bottiglia polverosa di quindici anni fa in uno scaffale di un’enoteca. Costa una decina d’euro. Il vetro è spesso e molto scuro ma a guardarla controluce si riesce ugualmente a carpire qualcosa sul contenuto: sembrerebbe di un rosso non particolarmente carico.

– Ci deve essere del terrano, dico.
– O del pinot nero, risponde.
– Siamo sicuri che sia integro?
– Con i vini di Kante mi sento tranquillo.

Anche io, ma volevo sapere se l’avessero tenuto bene loro dell’enoteca, e, chissà, magari lui aveva afferrato il senso ed intendeva di sì, ma che i vini di Kante va bene anche se li lasci al sole. Tant’è, vai a capire il circolo ermeneutico.

In definitiva quella bottiglia adesso sta qui davanti, aperta. Dentro ci sono terrano (aver ragione è sempre una soddisfazione), merlot e cabernet. Il colore è quel rosso un po’ languido presagito ed è un buon segno. Odora di erbe balsamiche, spezie, frutti maturi, cacao e tanto altro che non sto a dirvi. In bocca è spettacolare, così fresco e così pieno, con quel finale sapido tipico dei vini carsici. Finisce presto e me ne rammarico, avrei voluto assaggiarlo dopo qualche ora.

Siamo al giorno seguente. Entro nuovamente in enoteca e chiedo se ne ha un’altra. Niente da fare. Per consolarmi prendo un trebbiano del 2009 che costa quasi trenta euro. È molto noto e da tempo mi sono detto di provarlo. Poi scopro che è stato ben ventidue mesi ad invecchiare in una botte piccola e che purtroppo si sente molto.