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Da sud a nord: dodici osterie da perderci la testa.

Purtroppo oltre al blog ho anche una vita. Anzi direi proprio che la mia vita è tutt’altro. Ed io che vorrei starmene sempre in giro a mangiare e bere, di regola ho altro da fare e me ne rammarico. E sto perennemente a dieta.

Quando capita l’occasione però chiedo un fido alla finanziaria di turno e, dopo essermi documentato minuziosamente, mi incammino con lo stomaco in spalla. La scorsa estate, per dire, ho suonato mezza Bari a gara di pesce crudo, con i bookmaker che davano il mio contagio da epatite alimentare sotto la parità. A settembre ho aiutato un mio amico disperato a sbarazzarsi della sua enorme scorta di cheddar e stinky bishop. A marzo ho adottato una fassona col pedigree e me la sono fatta battere al coltello in giro per le migliori osterie di Torino. Insomma, colleziono mangiate memorabili e poi, se è il caso, scrivo due righe, un po’ per prolungare l’appagamento, sempre troppo breve, e un po’ per tirarmela: magre soddisfazioni.
Tutto ciò perché oggi mi sono tornati in mano i foglietti accantonati di recente. Li ho ordinati da sud a nord e ne è uscita una lista ragionata delle osterie come piacciono a me. Vale a dire posti, idealmente collocati a ridosso degli stellati Michelin, dove in cucina hanno molto da dire ma senza fartelo scontare col blocchetto degli assegni, e dove la carta dei vini racconti una passione vera o quantomeno sia il risultato di un certo ragionamento.
Ve la propino in due puntate, dividendo l’Italia all’altezza di Firenze come si usa fare tra galantuomini, quando la camicia è verde e l’alfabetizzazione incerta.

Le Zie – Lecce
La cucina salentina è una cucina d’entroterra. Evitate il pesce, dunque, ché lo cucinano meglio a Bari, a Lecce scegliete le verdure, i legumi e la carne di cavallo. Mangiare in questo ristorante è fondamentale come visitare piazza Sant’Oronzo. La carta dei vini è essenziale, ma non banale, e comunque quello che c’é merita un sorso. Il conto è onesto, sui 20-30 euro.
Cosa ci ho mangiato: ciceri e tria, spezzatino di cavallo, fave e cicoria(!).
Cosa ci ho bevuto: Primitivo 2009 Gioia del Colle.

Quintessenza – Trani
Ci sono pochi posti al mondo dove si mangia il pesce come nel barese. Trani, oltre a valer bene una visita, offre un’ampia gamma di ristoranti all’altezza della fama, tra cui spicca questo posto gestito da un gruppo di ragazzi gentilissimi e preparatissimi.
Cosa ci ho mangiato: frutti di mare, baccalà alle percocche (!), polipo alla griglia, orecchiette di grano arso.
Ops, non ricordo cosa ci ho bevuto. Ma c’era un sommelier, se ciò vale a rassicurarvi. Il conto è sui trentacinque euro.

La locanda del Colonnello – Modica (RG).
Il ragusano è una delle zone più belle della Sicilia. A Modica, oltre a tutto il resto, c’è questo locale davvero come si deve, a cominciare dalle piastrelle fighe, fino al dolce con la ricotta montata a neve, passando per il centrifugato di benvenuto a base di carota e sorbetto al limone (!), ed il cestino del pane che, si sa, quando merita è sempre un piacere. Grande selezione di materie prime e mano carezzevole dello Chef caratterizzano la cucina. Il conto si aggira sui trenta euro.
Cosa ci ho bevuto: Etna Rosso Valcerasa 2007 – Alice Bonaccorsi.

La Sala della Comitissa – Baschi (TR)
A Baschi non ci sono solo Vissani e Trippini, c’è anche la Comitissa, un locale molto curato che punta sempre più in alto. Il proprietario Maurizio Filippi è un tipo dalla cortesia d’altri tempi che di vino ne sa come pochi. Nel giorno di chiusura gira in motocicletta a setacciare il territorio. I prodotti più meritevoli finiscono nelle mani della cuoca Edi e ci scappa il super piatto.
Cosa ci ho mangiato: insalata di petto d’anatra e fois gras (!), tagliatelle alla faraona, gelato al basilico.
Cosa ci ho bevuto: Verdicchio Campo delle Oche 2009 – Fattoria San Lorenzo (!); Les Vieux Clos 2008 – Nicolas Joly (!). Conto sui quaranta.

Boccondivino – Labro (RI)
Se andate a visitare Labro (andateci) fate un salto in questo piccolo ristorante con enoteca. Se non andate a visitare Labro fate lo stesso un salto in questo piccolo ristorante con enoteca. L’ambiente è intimo: una quindicina di coperti al massimo. La cucina è molto sfiziosa, tutta giocata su una stringente selezione delle materie prime e l’accostamento, pressoché inevitabile, con le erbette spontanee, raccolte personalmente dalla cuoca Valeria a spasso per quelle colline così incantevoli.
La cantina è ben fornita ed i ricarichi onesti, così come il conto finale che si aggira sui venticinque/trenta euro.
Cosa ci ho mangiato: borragine in tempura, omelette alle erbette spontanee, uovo meringato agli asparagi (!), ravioli di ricotta alla menta e maggiorana.
Cosa ci ho bevuto: Verdicchio Serra Fiorese 2002 – Gioacchino Garofoli (!), Cerasuolo di Vittoria 2008 – Cos.

Enoteca Properzio – Spello (PG)
Anche Spello merita una visita. Salendo lungo la via principale, a metà strada, fermatevi in questo locale e chiedete se hanno tavoli liberi per il pranzo. Vi troverete piatti locali ma anche prodotti di culto che con l’Umbria hanno poco a che vedere, tipo i tajarin piemontesi o il tonno di Favignana. Comunque sia, l’esecuzione dei è sempre impeccabile ed il prezzo più che abbordabile. La cantina merita assai, con proposte al bicchiere molto interessanti.
Cosa ci ho mangiato: Ribollita, torta al testo, carne salata.
Cosa ci ho bevuto: Cerasuolo 2010 Valentini (!).

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Di alcuni bianchi che sanno invecchiare.

imageAmo il vino bianco. Tra un rosso e un bianco scelgo il bianco. Tra un bianco fermo e uno mosso, scelgo quello fermo. Tra un bianco aromatico ed uno tagliente e salino, scelgo il salino. Tra un bianco da uve internazionali ed uno da vitigno locale, scelgo il locale. Tra un bianco affinato in botte piccola ed uno in botte grande, scelgo la botte grande. Tra il bianco dell’enologo e quello del vignaiolo, scelgo il secondo. Tra un bianco con riflessi aranciati ed uno con riflessi dorati, scelgo il dorato. Tra un bianco del duemiladue ed uno del duemiladodici, scelgo quello invecchiato.

Poi che c’entra, scambierei più di un bianco per un Nerello Mascalese dell’enologo Salvo Foti, e scambierei un’intera batteria di autoctoni per uno Chardonnay Rarità di Sebastian Stocker (altro enologo). La barrique non sempre rovina il vino, in alcuni casi ne completa le caratteristiche e ne asseconda la longevità, e negli altri casi è un ottimo tavolinetto da giardino. Un orange wine fatto bene è un’esperienza indimenticabile.

Il problema serio semmai è che non tutti i vini invecchiano bene, men che mai i bianchi. Questi qui di seguito invece sì e, stando alle ultime direttive del MIUR, fanno pure punteggio nella graduatoria per fare l’insegnante di enofighettismo.

I verdicchi dei castelli di Jesi e di Matelica.
C’è chi sostiene siano i migliori vini bianchi Italiani. Di certo non temono il trascorrere del tempo e, se saprete pazientare una decina d’anni, vi ripagheranno con effluvi di miele e note fumé. Bevendoli subito godrete invece dei profumi di anice e mandorla, della loro ampiezza e della notevole mineralità. In entrambi i casi vi appassionerete e vorrete andare in pellegrinaggio a Cupramontana, Staffolo, Montecarotto e dintorni. Il più quotato, ed anche il più longevo, è il Villa Bucci Riserva (€ 30). Il mio preferito è il Campo delle Oche della Fattoria San Lorenzo (€ 20). Dello stesso produttore merita anche il Vigna di Gino (€ 8).

Il Trebbiano d’Abruzzo.
Quello di Valentini (€ 40/50) è semplicemente Il Vino e non occorre aggiungere altro. Meno caro il Trebbiano di Emidio Pepe (€ 16), uno dei vini più autentici che conosco, capace di emozionare ma anche di dividere.

Il Fiano ed il Greco di Tufo.
Verde e citrico in gioventù, nella fase matura il Fiano sprigiona note affumicate e sentori di idrocarburi a profusione. Segnalo quelli di Joaquin, che sono davvero delle perle rare, e quelli altrettanto esaltanti di Guido Marsella (€ 15/20). Entrambi i produttori fanno anche un ottimo Greco.

I grandi vini del Collio, dei Colli Orientali del Friuli ed i mostri sacri del Carso.
La lista sarebbe bella lunga, ma vanno provati almeno una volta nella vita: il Collio Bianco di Edi Keber (€ 15), il Friulano Vigne Cinquant’anni de Le Vigne di Zamò (€ 22) e le Vitovske di Vodopivec (€ 20-50).

I vini altoatesini.
Anche qui ci sarebbe molto da dire, ad ogni modo se vi capita un bianco della cantina di Terlano compratelo ad occhi chiusi. Se è il Pinot Bianco Vorberg Riserva avrete speso quindici euro o meno per avere il bianco italiano più longevo in assoluto. Ne esistono esemplari di quando nonno faceva le sgommate con la Balilla, e sono ancora integri. Ma il bello è che non occorre aspettare troppo: l’ultima annata uscita in commercio e già un vino stellare.

L’Erbaluce di Caluso ed il Timorasso dei Colli Tortonesi.
Prendete l’Erbaluce di Benito Favaro (€ 10), se mai ne troverete una bottiglia in giro, ed uno a scelta dei tre timorassi prodotti da Walter Massa (€ 15-40). Prima di berli assicuratevi che siano vecchi di almeno tre anni. Sono dei vini incredibili.

I grechetti della zona di Orvieto.
Palazzone e Sergio Mottura sono i campioni della categoria: comprate un Poggio della Costa (€ 10) o un Campo del Guardiano (€ 12) e dimenticateli in cantina per almeno cinque anni.