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Domande oziose e monaci maneschi.

20140715-065214-24734531.jpgMi chiedo da tempo perché nessuno si sia mai preso la briga di raccogliere ed incollare insieme i frammenti sparsi in giro sulla burrascosa vita di un chierico matematico che, in mezzo secolo, si è trovato ed esser spettatore in numerose vicende storiche le cui tracce ce le portiamo ben dietro ancora oggi. Ho sempre pensato che di materiale per una monografia ce ne sarebbe eccome. E forse anche per un romanzo.

La risposta che mi sono dato è che per farlo bisognerebbe starsene un bel po’ a spasso per la Mitteleuropa, padroneggiare quattro o cinque lingue più il latino, e poi, e poi. Ne varrà mai la pena?
Al momento, insomma, la biografia più illustre ed autorevole in circolazione è quell’abbozzo di voce che c’è nella “Britannica”, che, tradotta nella nostra lingua, dice più o meno così:

<<Guglielmo da Ratisbona (Von Regensburg) abate matematico (Lipsia 1497 – Trento 1554).

Seguace di Filippo Melantone in gioventù, poi luterano, nella vecchiaia divenne acceso sostenitore dei papisti.

Matematico e precursore, insieme a Girolamo Cardano, delle moderne scienze statistiche. Nel corso dei suoi viaggi raccolse una considerevole mole di dati sui costumi in uso nelle maggiori città europee che poi rielaborò in uno studio, commissionatogli da Federico III di Sassonia, di cui non ci è giunta alcuna copia in quanto finito nell’indice dei libri proibiti sotto Paolo IV.

Mentre Cardano si occupò principalmente di calcolo della probabilità, Regensburg focalizzò i suoi studi sulla statistica descrittiva, elaborando medie e parametri, anticipandone così, in qualche maniera, la natura di scienza sociale.

“Ruber diluculo, albus obiit” (lett.: “rosso all’alba, morì bianco”) recita l’iscrizione nella sua lapide, a sottolinearne l’animo mutevole ed il percorso politico compiuto, del tutto speculare rispetto alla parabola del sole nell’arco della giornata. Albus (bianco) è inoltre il colore della veste papale di cui si fece scudo nei suoi ultimi giorni di vita.

Secondo altri l’epitaffio, di cui effettivamente non rimangono tracce se non nei carteggi di Guidobaldo II della Rovere, deve invece riferirsi alle sue abitudini in fatto di vino – “rosso al mattino e bianco alla sera” – e fa parte di un sonetto, dallo spirito certamente goliardico, composto in sua memoria e declamato nelle osterie trentine, di cui si dice fosse frequentatore assai abituale.>>

Mi sono dilungato tanto, per introdurre una questione un po’ oziosa, ovvero: quale vino rosso si può bere al mattino? E perché?

D’impatto mi sono sempre figurato l’Abate fare il suo ingresso in osteria poco prima dell’ora di pranzo, con gli occhi cisposi, l’umore nero e lo stomaco sottosopra. Quel che ha combinato la sera prima lo sa il Diavolo. Lui invece non se lo ricorda affatto. L’unico indizio, al solito, è la lama insanguinata, avvolta nel fodero, che cela sotto la veste monacale. Come se a Trento non lo sapessero tutti. Tanto poi ci pensa l’amico Paolo a togliergli le castagne dal fuoco: gli fa troppo comodo poter dire di avere il braccio destro di Melantone tra i suoi, al Concilio.

“Fatto festa anche stanotte eh?”, pensa l’oste (ma ovviamente si guarda bene dal proferirlo) mentre si avvicina col solito calice di Vernatsch.
La prima volta gli ha servito un Riesling e manca poco gli tagliava una mano: “solo alla sera, figlio di cagna!”. Allora ha tirato fuori un rosso di quelli ignoranti e lui per tutta risposta ha fatto scattare l’elsa. Insomma, alla fine si sono accordati su questo rosso locale, bello scarico e leggerino: quasi un bianco. Quel che ci vuole per l’hangover, diremmo noi. “Quel che occorre per far pace col vino”, sostiene lui.

Questo è quel che d’istinto sarei portato a concludere – dicevo – salvo poi cambiare versione dopo averci ragionato un po’ su. Direi allora che Regensburg al mattino pratichi l’abitudine di buttar giù un rosso bello pesante, carico di estratti, alcol e zuccheri residui. Serve a procurargli l’energia necessaria da spendere nei campi. O almeno queste dovevano essere le intenzioni originarie – ormai egli nei campi ci va solo a defecare: la cura dell’orto è un godimento riservato ai novizi, sostiene – ma che volete, le abitudini sono dure a morire, quantomeno quelle che procurano piacere.

Il fatto che noi invece ci guarderemmo bene dal bere la stessa cosa appena svegli, ci rammenta, ancora una volta, quanto sia articolato il nostro rapporto con il vino (o col cibo). Quanto la nostra preferenza non dipenda strettamente da ciò che sta dentro al piatto o al bicchiere, o dalle nostre attitudini gustative, ma includa altri fattori lontani e persino remoti.

 

 

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Di coppa e di spada.

imageQuel poco che so delle abitudini enologiche mitteleuropee ai tempi di Carlo V, lo devo a un corso di statistica frequentato da matricola all’Università di Perugia, allorché mi sono imbattuto incidentalmente nelle memorie di un chierico dal carattere piuttosto burrascoso.
Wilhelm Von Regensburg è noto ai più per esser l’autore dei Mores vulgarum, opera scientifica andata distrutta per mano dell’inquisizione cattolica, in cui peraltro non disdegna qualche incursione nei costumi alimentari della Valle del Reno. Per pochi appassionati di vino egli è invece l’Abate Guglielmo delle Memoriae, bevitore seriale dalla lama facile.
Il motivo della divagazione appena conclusa, sta qui nel bicchiere che ho innanzi. Vi brilla un fluido verde paglierino dal tenore alcolico appena accennato e agilmente soverchiato da una spinta acida debordante che poi ne ha pure per gli zuccheri residui. Già il naso mi aveva intrigato con la sua doppia anima di frutto maturo e mineralità, ora il sorso si fa sin troppo invogliante e temo di non riuscire a portarmi dietro la bottiglia, così come vorrei, dall’antipasto ai formaggi.
Che c’entra l’Abate Guglielmo? Di certo non conosceva il Burggarten Burger Wendelstuck Spatlese 1992, ma da poderoso consumatore di Riesling qual era avrebbe senz’altro gradito.