Quali sono i migliori Sauvignon?

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Sono appena tornato da un lungo viaggio e da qualche parte ho scritto qualcosa sui Sauvignon: che ci sono sì i Sancerre e i Pouilly Fumè, ma che i nostrani, per quanto meno complessi non li butterei proprio via. In effetti ne ho bevuti e ribevuti assai, tanto dar star qui ad annoiarvi con la classifica dei migliori. Vabbe’ facciamo che sono solamente i miei preferiti.

1. KANTE – SAUVIGNON. È il più atipico, il più sapido, il più complesso, il più buono. Ora che ci ripenso vado a comprarlo.
2. COLTERENZIO – SAUVIGNON LAFOA. Se imbrocca l’annata giusta non ce ne è per nessuno.
3. VENICA & VENICA – RONCO DELLE MELE. Una volta assorbite le note di legno è una vera gioia.
4. VOLPE PASINI – ZUC DI VOLPE. Quello del 2011 è indimenticabile, le altre annate pure.
5. TERLANO – SAUVIGNON QUARTZ. Uno dei tre vigneti storici della cantina che, forse, produce i migliori bianchi d’Italia. C’è altro da aggiungere?

Mezze verità.

Mi aggiro tra gli scaffali di un supermercato per mano ad una bambina di tre anni scambiata per la figlia del mio amico in coda alla cassa. Quando mi accorgo di aver sbagliato mano è troppo tardi e i veri genitori quasi mi linciano. Ma il punto non è questo. Passiamo per il reparto dedicato ai single coi risotti liofilizzati monodose e i bricchetti del latte da una tazza. Noto un’ombra di perplessità nei suoi occhioni innocenti. Andiamo oltre e incocciamo lo scaffale dei vini. La bimba riconosce il bottiglione del babbo, punta il ditino e fa per prenderlo. La tiro via dolcemente. Finiamo innanzi al ripiano delle “mezze bottiglie” da tre e settantacinque. Si gira verso di me con l’aria scura: “cos’è quella?” Non ce la faccio a dirle la verità. Che là fuori è un mondo infame e atomizzato, di persone tristi che abitano in monolocali freddi e sordi. Che la sera dopo aver sgobbato come muli rientrano stanchi morti e non c’è nessuno ad attenderli. Che schiacciano il telecomando in cerca di una voce amica e c’è il Gabibbo vestito da suora. Che dopo aver infilato una lasagna monoporzione nel microonde, rovistano nel frigo sperando di trovarvi qualcosa che gli dia conforto. E afferrano una bottiglia da single: una mezza bottiglia. Ci penserà il mondo a disilluderla, svelandosi per quello che è. Io le racconto un’altra storia: “C’erano due bottiglie grandi come quella del babbo che si volevano molto bene. Un giorno si sono abbracciate forte forte e si sono messe a pensare intensamente ad una bottiglia piccola..”. A quel punto vedo il tizio della sicurezza precipitarsi verso di noi e il resto l’ho già detto.

Di uno che mi somiglia.

imageC’è un tizio che scrive più o meno come me – stessi argomenti, stessa sintassi, lessico e punteggiatura – ma lo fa in un altro blog.
Posto un paio di riferimenti, nel caso vi annoiate ed abbiate voglia di fare confronti.

 

Qui spiega come spacciarsi per intenditore imparando a roteare il calice con maestria.

Qui come si calcolano le bottiglie occorrenti ad un ricevimento.

Qui elenca le migliori cantine della Tuscia Viterbese.

Qui se la prende con le confraternite del cibo.

Domande oziose e monaci maneschi.

20140715-065214-24734531.jpgMi chiedo da tempo perché nessuno si sia mai preso la briga di raccogliere ed incollare insieme i frammenti sparsi in giro sulla burrascosa vita di un chierico matematico che, in mezzo secolo, si è trovato ed esser spettatore in numerose vicende storiche le cui tracce ce le portiamo ben dietro ancora oggi. Ho sempre pensato che di materiale per una monografia ce ne sarebbe eccome. E forse anche per un romanzo.

La risposta che mi sono dato è che per farlo bisognerebbe starsene un bel po’ a spasso per la Mitteleuropa, padroneggiare quattro o cinque lingue più il latino, e poi, e poi. Ne varrà mai la pena?
Al momento, insomma, la biografia più illustre ed autorevole in circolazione è quell’abbozzo di voce che c’è nella “Britannica”, che, tradotta nella nostra lingua, dice più o meno così:

<<Guglielmo da Ratisbona (Von Regensburg) abate matematico (Lipsia 1497 – Trento 1554).

Seguace di Filippo Melantone in gioventù, poi luterano, nella vecchiaia divenne acceso sostenitore dei papisti.

Matematico e precursore, insieme a Girolamo Cardano, delle moderne scienze statistiche. Nel corso dei suoi viaggi raccolse una considerevole mole di dati sui costumi in uso nelle maggiori città europee che poi rielaborò in uno studio, commissionatogli da Federico III di Sassonia, di cui non ci è giunta alcuna copia in quanto finito nell’indice dei libri proibiti sotto Paolo IV.

Mentre Cardano si occupò principalmente di calcolo della probabilità, Regensburg focalizzò i suoi studi sulla statistica descrittiva, elaborando medie e parametri, anticipandone così, in qualche maniera, la natura di scienza sociale.

“Ruber diluculo, albus obiit” (lett.: “rosso all’alba, morì bianco”) recita l’iscrizione nella sua lapide, a sottolinearne l’animo mutevole ed il percorso politico compiuto, del tutto speculare rispetto alla parabola del sole nell’arco della giornata. Albus (bianco) è inoltre il colore della veste papale di cui si fece scudo nei suoi ultimi giorni di vita.

Secondo altri l’epitaffio, di cui effettivamente non rimangono tracce se non nei carteggi di Guidobaldo II della Rovere, deve invece riferirsi alle sue abitudini in fatto di vino – “rosso al mattino e bianco alla sera” – e fa parte di un sonetto, dallo spirito certamente goliardico, composto in sua memoria e declamato nelle osterie trentine, di cui si dice fosse frequentatore assai abituale.>>

Mi sono dilungato tanto, per introdurre una questione un po’ oziosa, ovvero: quale vino rosso si può bere al mattino? E perché?

D’impatto mi sono sempre figurato l’Abate fare il suo ingresso in osteria poco prima dell’ora di pranzo, con gli occhi cisposi, l’umore nero e lo stomaco sottosopra. Quel che ha combinato la sera prima lo sa il Diavolo. Lui invece non se lo ricorda affatto. L’unico indizio, al solito, è la lama insanguinata, avvolta nel fodero, che cela sotto la veste monacale. Come se a Trento non lo sapessero tutti. Tanto poi ci pensa l’amico Paolo a togliergli le castagne dal fuoco: gli fa troppo comodo poter dire di avere il braccio destro di Melantone tra i suoi, al Concilio.

“Fatto festa anche stanotte eh?”, pensa l’oste (ma ovviamente si guarda bene dal proferirlo) mentre si avvicina col solito calice di Vernatsch.
La prima volta gli ha servito un Riesling e manca poco gli tagliava una mano: “solo alla sera, figlio di cagna!”. Allora ha tirato fuori un rosso di quelli ignoranti e lui per tutta risposta ha fatto scattare l’elsa. Insomma, alla fine si sono accordati su questo rosso locale, bello scarico e leggerino: quasi un bianco. Quel che ci vuole per l’hangover, diremmo noi. “Quel che occorre per far pace col vino”, sostiene lui.

Questo è quel che d’istinto sarei portato a concludere – dicevo – salvo poi cambiare versione dopo averci ragionato un po’ su. Direi allora che Regensburg al mattino pratichi l’abitudine di buttar giù un rosso bello pesante, carico di estratti, alcol e zuccheri residui. Serve a procurargli l’energia necessaria da spendere nei campi. O almeno queste dovevano essere le intenzioni originarie – ormai egli nei campi ci va solo a defecare: la cura dell’orto è un godimento riservato ai novizi, sostiene – ma che volete, le abitudini sono dure a morire, quantomeno quelle che procurano piacere.

Il fatto che noi invece ci guarderemmo bene dal bere la stessa cosa appena svegli, ci rammenta, ancora una volta, quanto sia articolato il nostro rapporto con il vino (o col cibo). Quanto la nostra preferenza non dipenda strettamente da ciò che sta dentro al piatto o al bicchiere, o dalle nostre attitudini gustative, ma includa altri fattori lontani e persino remoti.

 

 

Da sud a nord: dodici osterie da perderci la testa.

Purtroppo oltre al blog ho anche una vita. Anzi direi proprio che la mia vita è tutt’altro. Ed io che vorrei starmene sempre in giro a mangiare e bere, di regola ho altro da fare e me ne rammarico. E sto perennemente a dieta.

Quando capita l’occasione però chiedo un fido alla finanziaria di turno e, dopo essermi documentato minuziosamente, mi incammino con lo stomaco in spalla. La scorsa estate, per dire, ho suonato mezza Bari a gara di pesce crudo, con i bookmaker che davano il mio contagio da epatite alimentare sotto la parità. A settembre ho aiutato un mio amico disperato a sbarazzarsi della sua enorme scorta di cheddar e stinky bishop. A marzo ho adottato una fassona col pedigree e me la sono fatta battere al coltello in giro per le migliori osterie di Torino. Insomma, colleziono mangiate memorabili e poi, se è il caso, scrivo due righe, un po’ per prolungare l’appagamento, sempre troppo breve, e un po’ per tirarmela: magre soddisfazioni.
Tutto ciò perché oggi mi sono tornati in mano i foglietti accantonati di recente. Li ho ordinati da sud a nord e ne è uscita una lista ragionata delle osterie come piacciono a me. Vale a dire posti, idealmente collocati a ridosso degli stellati Michelin, dove in cucina hanno molto da dire ma senza fartelo scontare col blocchetto degli assegni, e dove la carta dei vini racconti una passione vera o quantomeno sia il risultato di un certo ragionamento.
Ve la propino in due puntate, dividendo l’Italia all’altezza di Firenze come si usa fare tra galantuomini, quando la camicia è verde e l’alfabetizzazione incerta.

Le Zie – Lecce
La cucina salentina è una cucina d’entroterra. Evitate il pesce, dunque, ché lo cucinano meglio a Bari, a Lecce scegliete le verdure, i legumi e la carne di cavallo. Mangiare in questo ristorante è fondamentale come visitare piazza Sant’Oronzo. La carta dei vini è essenziale, ma non banale, e comunque quello che c’é merita un sorso. Il conto è onesto, sui 20-30 euro.
Cosa ci ho mangiato: ciceri e tria, spezzatino di cavallo, fave e cicoria(!).
Cosa ci ho bevuto: Primitivo 2009 Gioia del Colle.

Quintessenza – Trani
Ci sono pochi posti al mondo dove si mangia il pesce come nel barese. Trani, oltre a valer bene una visita, offre un’ampia gamma di ristoranti all’altezza della fama, tra cui spicca questo posto gestito da un gruppo di ragazzi gentilissimi e preparatissimi.
Cosa ci ho mangiato: frutti di mare, baccalà alle percocche (!), polipo alla griglia, orecchiette di grano arso.
Ops, non ricordo cosa ci ho bevuto. Ma c’era un sommelier, se ciò vale a rassicurarvi. Il conto è sui trentacinque euro.

La locanda del Colonnello – Modica (RG).
Il ragusano è una delle zone più belle della Sicilia. A Modica, oltre a tutto il resto, c’è questo locale davvero come si deve, a cominciare dalle piastrelle fighe, fino al dolce con la ricotta montata a neve, passando per il centrifugato di benvenuto a base di carota e sorbetto al limone (!), ed il cestino del pane che, si sa, quando merita è sempre un piacere. Grande selezione di materie prime e mano carezzevole dello Chef caratterizzano la cucina. Il conto si aggira sui trenta euro.
Cosa ci ho bevuto: Etna Rosso Valcerasa 2007 – Alice Bonaccorsi.

La Sala della Comitissa – Baschi (TR)
A Baschi non ci sono solo Vissani e Trippini, c’è anche la Comitissa, un locale molto curato che punta sempre più in alto. Il proprietario Maurizio Filippi è un tipo dalla cortesia d’altri tempi che di vino ne sa come pochi. Nel giorno di chiusura gira in motocicletta a setacciare il territorio. I prodotti più meritevoli finiscono nelle mani della cuoca Edi e ci scappa il super piatto.
Cosa ci ho mangiato: insalata di petto d’anatra e fois gras (!), tagliatelle alla faraona, gelato al basilico.
Cosa ci ho bevuto: Verdicchio Campo delle Oche 2009 – Fattoria San Lorenzo (!); Les Vieux Clos 2008 – Nicolas Joly (!). Conto sui quaranta.

Boccondivino – Labro (RI)
Se andate a visitare Labro (andateci) fate un salto in questo piccolo ristorante con enoteca. Se non andate a visitare Labro fate lo stesso un salto in questo piccolo ristorante con enoteca. L’ambiente è intimo: una quindicina di coperti al massimo. La cucina è molto sfiziosa, tutta giocata su una stringente selezione delle materie prime e l’accostamento, pressoché inevitabile, con le erbette spontanee, raccolte personalmente dalla cuoca Valeria a spasso per quelle colline così incantevoli.
La cantina è ben fornita ed i ricarichi onesti, così come il conto finale che si aggira sui venticinque/trenta euro.
Cosa ci ho mangiato: borragine in tempura, omelette alle erbette spontanee, uovo meringato agli asparagi (!), ravioli di ricotta alla menta e maggiorana.
Cosa ci ho bevuto: Verdicchio Serra Fiorese 2002 – Gioacchino Garofoli (!), Cerasuolo di Vittoria 2008 – Cos.

Enoteca Properzio – Spello (PG)
Anche Spello merita una visita. Salendo lungo la via principale, a metà strada, fermatevi in questo locale e chiedete se hanno tavoli liberi per il pranzo. Vi troverete piatti locali ma anche prodotti di culto che con l’Umbria hanno poco a che vedere, tipo i tajarin piemontesi o il tonno di Favignana. Comunque sia, l’esecuzione dei è sempre impeccabile ed il prezzo più che abbordabile. La cantina merita assai, con proposte al bicchiere molto interessanti.
Cosa ci ho mangiato: Ribollita, torta al testo, carne salata.
Cosa ci ho bevuto: Cerasuolo 2010 Valentini (!).

Di coppa e di spada.

imageQuel poco che so delle abitudini enologiche mitteleuropee ai tempi di Carlo V, lo devo a un corso di statistica frequentato da matricola all’Università di Perugia, allorché mi sono imbattuto incidentalmente nelle memorie di un chierico dal carattere piuttosto burrascoso.
Wilhelm Von Regensburg è noto ai più per esser l’autore dei Mores vulgarum, opera scientifica andata distrutta per mano dell’inquisizione cattolica, in cui peraltro non disdegna qualche incursione nei costumi alimentari della Valle del Reno. Per pochi appassionati di vino egli è invece l’Abate Guglielmo delle Memoriae, bevitore seriale dalla lama facile.
Il motivo della divagazione appena conclusa, sta qui nel bicchiere che ho innanzi. Vi brilla un fluido verde paglierino dal tenore alcolico appena accennato e agilmente soverchiato da una spinta acida debordante che poi ne ha pure per gli zuccheri residui. Già il naso mi aveva intrigato con la sua doppia anima di frutto maturo e mineralità, ora il sorso si fa sin troppo invogliante e temo di non riuscire a portarmi dietro la bottiglia, così come vorrei, dall’antipasto ai formaggi.
Che c’entra l’Abate Guglielmo? Di certo non conosceva il Burggarten Burger Wendelstuck Spatlese 1992, ma da poderoso consumatore di Riesling qual era avrebbe senz’altro gradito.

Tre assaggi che ricorderò a lungo, tra Vinitaly e Villa Favorita.

imageIl mio amico con l’agendina non mi aveva avvisato che scrivere in un blog può aprirti le porte delle manifestazioni enoiche più goderecce. Sono soddisfazioni, direbbe il saggio, e già che sono qui a bullarmene ne approfitto pure per scrivere  poche righe di commento sui alcuni assaggi che mi hanno colpito particolarmente la scorsa settimana, tra Vinitaly e Vinnatur.

Passo indietro: tutti gli anni in occasione del Vinitaly, nei pressi di Verona si svolgono due “contromanifestazioni”, una a Cerea (ViniVeri) ed una a Villa Favorita (Vinnatur) dedicate ai cosiddetti “vini naturali”. Ultimamente l’organizzazione del Vinitaly è corsa ai ripari proponendo all’interno della Fiera di Verona un evento analogo chiamato “ViViT”.

Piccola precisazione: Vinnatur batte Vinitaly con punteggio tennistico quanto ad atmosfera, comfort e ambientazione. Le motivazioni della sentenza le trovate nelle foto qui sotto (scattate a Villa Favorita, appunto). A Cerea quest’anno non ci sono stato.

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Capovolto – La Marca di San Michele: quattro annate in degustazione a Vivit di un Verdicchio sapido e pulito che cresce di stagione in stagione. Il 2013 avrà un gran bel futuro e il 2010 è così giovane che è un peccato berlo ora. Il tempo trascorso ha giovato alle annate più deboli (2011 e 2012): è il bello di chiamarsi Verdicchio.

Cerasuolo di Vittoria 2011 – COS: appagante già al colore, poi fiori e frutti rossi, pellame, sentori animali e cacao. Così lieve e complesso: mi convinco sempre più che questo blend di Frappato e Nero d’Avola sia il nostro Pinot Nero.

Vecchio Samperi Ventennale – Marco de Bartoli: entro in sala stampa a Villa Favorita e trovo questa bottiglia che al banchetto non c’è. Che faccio? Me ne verso un bicchiere generoso e sparisco sul prato a meditarci sopra. Davvero c’è bisogno che descriva questo vino?